Generatori di innovazione

Angelo Migliarini, Presidente Area Lavoro Legacoop Toscana

 

“La ripresa in crisi?” è l’ossimoro che dà il titolo all’ultimo rapporto IRPET presentato a Firenze solo qualche settimana fa.
La scelta di un titolo così emblematico, ha tenuto a precisare il direttore Stefano Casini Benvenuti, serve a segnalare distintamente la presenza di una crescita che c’è ma che si dimostra tutt’ora insufficiente e fragile. L’economia italiana stentava anche prima del 2008, per questo la perdita del 7% del PIL ha reso la crisi ancora più grave, condizionando tutte le componenti del clima di fiducia. La letteratura di genere, per quantificare gli indici di produttività di un sistema economico, associa i fattori produttivi di capitale e lavoro. Bene, in questi anni la caduta degli investimenti in Italia viene valutata nell’ordine dei mille miliardi mentre si sono persi 3 milioni di posti di lavoro. In questo processo di ridimensionamento degli investimenti, il pubblico ha imitato il comportamento dei privati. Eppure, gli investimenti pubblici, in prevalenza quelli in infrastrutture (il ritardo infrastrutturale italiano viene stimato dalla Comunità Europea in 240 miliardi) potrebbero orientare gli obiettivi di lungo periodo, costruire l’ambiente adatto ad ospitare gli investimenti privati, prevenire sprechi di risorse e inutili costi di sistema (pensate soltanto a quante “rotture di carico” potremmo eliminare attraverso una corretta evoluzione della logistica integrata e quanto tutto questo andrebbe ad incidere sui costi della produzione).
Le continue richieste per una “golden rule” stanno a testimoniare l’importanza strategica di questo argomento oramai per molti paesi europei.
Cito, solo per maggior conoscenza, alcuni condivisibili interventi in Toscana. Il nuovo terminal di Livorno Darsena che consente il collegamento ferroviario diretto fra porto e linea tirrenica, l’intermodalità ferro-mare con i corridoi europei, hanno come intenzione quella di rendere la Toscana Hub di interesse nazionale. La contemporanea bonifica, riconversione, riqualificazione delle aree industriali testimoniano il tentativo di invertire gli esiti di una crisi strutturale e non congiunturale.
Con un miliardo circa di investimenti  pubblici  si consegna  al territorio una delle chiavi per garantire efficienza e innovazione. Ma perché questa riavvii il motore dell’economia occorre una contemporanea ed efficace connessione ai luoghi della produzione, senza la quale, anche gli investimenti infrastrutturali rischiano l’infertilità.
Come mi collego alla General Electric, alla Piaggio, alla moda fiorentina, alla pelletteria pisana, al polo agricolo grossetano, alle cartiere lucchesi o ai marmi di Carrara?
Dalla rapidità con la quale daremo risposte a temi come questo, dipenderà gran parte della futura vocazione imprenditoriale dei nostri territori e delle nostre imprese. Le cooperative dell’Area Lavoro rappresentano una componente rilevante di questa connessione, uno snodo tra produzione materiale e immateriale e dotazioni infrastrutturali.

Per avvicinarci, però, al modello europeo-transoceanico, occorre adeguarsi al passo dei tempi.
Non è più sufficiente indossare lenti nuove, occorrono occhi nuovi e un nuovo modo di vedere le cose.
Servono strumenti di sistema aggiornati ed evoluti e nuovo valore alla funzione dei corpi intermedi. I paesi che crescono sono quelli nei quali istituzioni pubbliche,  Università, Brain Center, rappresentanze del lavoro e dell’impresa condividono la necessità di svolgere una funzione catalizzatrice e orientatrice nei confronti degli “animals spirits” presenti nella società.
Per innovare un territorio occorrono certamente le grandi infrastrutture materiali e immateriali ma soprattutto serve visione strategica, nuovi modelli di business e una buona cabina di regia.
La letteratura economica prevede che  il 30% dei lavori esistenti scomparirà nei prossimi anni aprendo il tema enorme della riconcettualizzazione del lavoro. Più che le forme, più che gli aspetti contrattuali del lavoro si stanno modificando i contenuti del lavoro. Nuovi lavori da inventare e vecchi lavori da ricollocare. L’out-placement  (servizi di ricollocazione professionale) e il re-placement saranno tra le emergenze sociali, economiche e politiche più rilevanti del prossimo futuro. Per affrontare le sfide dell’innovazione occorrerà ridurre i  condizionamenti della potente logica del passato, la stessa che ci ha sostenuto ma che oggi rischia di metterci in pericolo.
Occorrerà trasformarci da consumatori a generatori di innovazione che mettono a fattore produttivo ciò che viene prodotto dai nostri contigui centri di eccellenza. Lo si faccia attraverso il modello “Top Down” dei Cluster francesi, modello centralizzato che presuppone una policy nazionale corroborata da incentivi fiscali e da finanziamenti dedicati, lo si faccia utilizzando il modello Botton up – Harvard /Silicon Valley – che presuppone una università aperta che attraverso una membrana permeabile diffonda all’esterno conoscenze e nuovo know how, oppure  col Piano Industria 4.0, modello più vicino all’Hightech-strategie del Governo federale tedesco che prevede un permanente dialogo con gli stakeholders, quel che è urgente è una circuitazione virtuosa dei saperi tale da innescare il cosiddetto “moltiplicatore dell’innovazione” secondo il quale 1 euro investito ne produce 10 nel medio termine.

Analizzando empiricamente i fattori di successo delle imprese che dal 2008 ad oggi sono cresciute in termini di fatturato ed in capacità di produrre valore aggiunto, ciò che emerge con nettezza è il loro profilo strategico pro-attivo, l’approccio olistico e la propensione all’innovazione. Si tratta principalmente di imprese che, nei diversi settori, hanno utilizzato soprattutto le leve “dell’innovazione incrementale” che agisce su prodotti e servizi relativamente maturi migliorandone qualità, efficienza, affidabilità, estetica. Oggi l’intensità della pressione concorrenziale dovuta, sempre più spesso, alla presenza “tollerata” di soggetti famelici che si fanno beffe dei più elementari rudimenti di legalità, richiede un rinnovo di prodotti e processi sempre più marcato allontanando le nostre cooperative da quei settori storici a basso contenuto tecnologico e basso valore aggiunto sui quali la competizione è e sarà sempre di più tutta e solo sul prezzo. E’ una sfida strutturale oltre che culturale attraverso la quale invertire la tendenza ad abitare economie low cost per sperimentare l’espansione verso mercati più complessi, verso segmenti di mercato a più alta tecnologia, con margini maggiori, in grado di remunerare correttamente il lavoro: nostra missione identitaria.
Alcune delle nostre più grandi imprese l’hanno già fatto trasformando idee e ricerca di base in nuovi modelli di business .
Dovremo, dunque, aggiornare la nostra politica industriale all’interno di una apprezzabile vocazione  territoriale, una vocazione che sia capace di individuare le future opportunità di mercato e di stimolare la crescita del proprio sistema economico investendo nelle “aree chiave”.
Costruire, riscaldare, manutenere, trasportare, gestire l’intero ciclo dei rifiuti, pulire, non son nient’altro che tessere di un mosaico definibile come “filiera dell’innovazione urbana”, o “filiera dell’attività e del vivere sociale”. Una filiera nella quale tempo libero, cultura, cibo, salute, sono “particolari” in un disegno di città sostenibile. Sull’evoluzione delle nostre filiere, su ciò che sappiamo fare da decenni, si giocherà gran parte della sfida dei prossimi anni. Dall’urgenza condivisa di un necessario cambiamento di paradigma è nato l’accordo-protocollo siglato con la Scuola Normale Superiore. L’accesso ai laboratori Nest, in un anno, ha attivato importanti progetti operativi nel cleaning, nel lapideo, nel controllo di qualità, nei materiali di costruzione, nel riutilizzo dei materiali di scarto. Il protocollo con la Scuola Normale, che pure andrà manutenuto, promosso e aggiornato, è uno straordinario laboratorio di idee, una fucina di possibili vantaggi competitivi che stiamo replicando con l’altro straordinario centro di eccellenza universitaria del nostro territorio: la scuola superiore di studi universitari di perfezionamento Sant’Anna che, peraltro, è membro della cabina di regia di “Industria 4.0” e concorre alla gestione di uno dei 5 “Competence Center”. Solo elencando le aree di intervento nelle quali eccelle il Sant’Anna, si può percepire l’enorme valore aggiunto che otterremo da una collaborazione costante e definita:  information tecnology, telecomunicazioni (reti in fibra ottica, fotonica, 5G, banda ultralarga, record di velocità di trasmissione dati in Australia, mille miliardi di bit al secondo), biorobotica, solo per citarne alcune.
Abbiamo volontà e taglia sufficiente per affrontare qualche scommessa e qualche esplorazione.
Per concludere: siamo un paese eclettico, che può permettersi di filtrare da modelli diversi le più appropriate condizioni di ripartenza. Assumere dalla Francia la capacità dello Stato di fare impresa, dalla Germania quella di valutare i finanziamenti e i progetti imprenditoriali, dalla Cina il pragmatismo commerciale, la propensione alla internazionalizzazione e ai controlli di filiera, ecc.; insomma fare come l’ape di Bacone che crea miele elaborando vari tipi di polline. Il tutto senza dimenticare che tra le distintività italiane esiste il modello di impresa cooperativo, che non desertifica i territori che abita, non delocalizza, non massimizza il profitto e ha per vocazione creare lavoro avendo rispetto del valore del lavoro.
Immersi in una competizione nella quale il più veloce divora il più lento, e “piccolo non è più bello”, dentro a questo frenetico “passo dei tempi” occorre velocità, coraggio, visione.